La Russia non sta vincendo la guerra
Avanzamenti marginali, perdite enormi: cosa dicono davvero i dati, al di là della propaganda
Dopo gli attacchi russi della fase iniziale e i successivi rovesci subiti da Mosca — il fallimento dell’offensiva su Kyiv, la rapida riconquista ucraina di ampie aree nel nord-est del paese e la ritirata russa dalla sponda occidentale del Dnipro — la geografia del conflitto ha assunto una forma quasi statica.
Da allora gli avanzamenti russi sono reali, ma lievi: alcune migliaia di chilometri quadrati lungo un fronte di oltre mille chilometri. In proporzione, si tratta dello 0,77 per cento del territorio ucraino. A questo ritmo, la conquista integrale dell’Ucraina — obiettivo dichiarato da Mosca nel 2022 — richiederebbe tempi incompatibili con qualsiasi logica militare o politica.
In questo post utilizzo le informazioni pubblicamente disponibili per ricostruire un quadro oggettivo della dinamica del fronte e confrontarlo con le narrazioni che circolano nel dibattito italiano. L’obiettivo è distinguere ciò che è verificabile dalla propaganda.
Questa stagnazione geografica contrasta con l’intensità della guerra. Secondo la ricostruzione dell’Economist, la Russia avrebbe superato il milione di vittime, tra morti e feriti gravi, a giugno. L’Institute for the Study of War (ISW) stima circa quattrocentomila vittime russe nel solo 2025. Sono ordini di grandezza che non si conciliano con l’idea di un esercito in avanzata rapida, né con l’immagine di una vittoria russa sul campo.
Sul piano economico, la Russia paga un costo elevato: sanzioni, conversione militare forzata della struttura industriale e crescente vulnerabilità agli attacchi ucraini in profondità, che colpiscono infrastrutture energetiche, basi, raffinerie, siti industriali e nodi logistici.
Considerata la sproporzione iniziale delle forze in campo, è difficile leggere questa dinamica come una “vittoria” russa. Ma più che distribuire etichette, è utile partire da ciò che mostrano i dati disponibili. È su quel terreno che emergono le distanze tra realtà empirica e le narrazioni che circolano sul conflitto — distanze che vengono spesso colmate non da analisi approfondite, ma da semplificazioni e propaganda.
I “piani di pace” proposti dalla Casa Bianca contribuiscono alla confusione, perché si fondano sulla premessa di una Russia in netto vantaggio. Non è un caso che, proprio in questa fase, la strategia russa di guerra cognitiva e informativa — l’insieme di operazioni di influenza e disinformazione — si sia intensificata. Secondo l’ISW, il Cremlino sta moltiplicando gli sforzi per presentare l’esercito e l’economia russa come inevitabilmente vincenti in una guerra di attrito, con l’obiettivo di spingere l’Ucraina e i suoi alleati a cedere territori fortemente difesi — in particolare nel Donbas — senza doverli conquistare sul campo. È un tentativo esplicito di ottenere attraverso la diplomazia ciò che la Russia non è in grado di raggiungere militarmente.
È emblematico l’episodio di Kupyansk, un piccolo snodo ferroviario nella regione di Kharkiv con circa 26mila abitanti prima della guerra, oggi ridotti a poco più di tremila. Tre settimane fa Putin ha annunciato pubblicamente la conquista definitiva della città. Venerdì Volodymyr Zelensky si è recato a Kupyansk e ha girato un video dalla città, smentendo in modo inequivocabile la narrazione russa. È un esempio quasi didattico della funzione della propaganda in questa fase del conflitto: produrre l’immagine dell’avanzata proprio mentre il fronte resta sostanzialmente fermo.
Che cosa dicono i dati
Per sottrarre la discussione alla propaganda è necessario distinguere le narrazioni politiche — spesso costruite a tavolino con fini strategici — dai dati osservabili. Nelle righe che seguono considero come evidenza soltanto ciò che può essere ricostruito attraverso fonti verificabili e confrontabili nel tempo. Nel caso della guerra in Ucraina, significa concentrarsi soprattutto su due dimensioni: il controllo del territorio e l’intensità del conflitto, misurate attraverso indicatori osservabili.
Su questo terreno, le fonti indipendenti oggi disponibili convergono: la guerra appare come un conflitto di attrito, caratterizzato da avanzamenti territoriali lenti e molto costosi. Questa lettura emerge con chiarezza dalle mappe e dalle serie temporali prodotte dall’Institute for the Study of War, dalle ricostruzioni dell’Economist — che integrano i dati ISW con immagini satellitari — e dalle analisi dei principali centri di ricerca militari europei e statunitensi, tra cui il Royal United Services Institute, il Center for Strategic and International Studies e l’International Institute for Strategic Studies.
Quanto si è mosso il fronte
Naturalmente esistono differenze tra le fonti, che riguardano per lo più le stime puntuali sulle perdite, la granularità con cui vengono registrati i micro-avanzamenti locali e, talvolta, l’enfasi attribuita a specifici settori del fronte. Ma quando si allarga l’orizzonte temporale e si guardano le grandezze aggregate, le fonti indipendenti convergono su alcuni fatti stilizzati difficilmente contestabili.
In primo luogo, la fine della guerra di manovra e la cristallizzazione del fronte dopo le controffensive ucraine del 2022. In secondo luogo, l’assenza di sfondamenti strategici russi nel periodo successivo. Infine, una crescita continua e molto elevata dei costi umani, sproporzionata rispetto ai risultati ottenuti sul terreno.
Questa convergenza non elimina l’incertezza — che resta elevata, soprattutto sulle perdite — ma ne circoscrive il significato. Le differenze tra le fonti riguardano il “quanto” – e solo in misura marginale – non il “che cosa”.
Il grafico qui sotto, basato su dati ISW rielaborati dall’Economist, mostra con chiarezza questa dinamica. Dopo il picco iniziale dell’occupazione russa nel 2022 e il successivo arretramento dovuto alle controffensive ucraine, la curva si appiattisce. Dal tardo 2022 in poi, la quota di territorio ucraino controllata dalla Russia cresce lentamente, nell’ordine di alcune migliaia di chilometri quadrati (meno dell’uno per cento del territorio ucraino) senza mai avvicinarsi ai livelli raggiunti nella fase iniziale dell’invasione.
Il messaggio empirico è semplice: il fronte non è congelato, ma si muove a una velocità incompatibile con qualsiasi ipotesi di avanzata rapida o di vittoria strategica nel breve periodo.
La lentezza degli avanzamenti emerge con ancora maggiore chiarezza quando si osserva la loro distribuzione spaziale. Le mappe che confrontano il controllo territoriale nel tempo – come quella dell’ISW riportata qui sotto, relativa al 2025 – mostrano che i progressi russi sono frammentati e concentrati in aree specifiche, senza produrre una riconfigurazione complessiva del fronte.
Il confronto tra la mappa dei territori occupati nella primavera del 2022 — quando Mosca tentava una guerra di manovra rapida, con avanzate su più assi e penetrazioni profonde nel territorio ucraino, fino alle porte di Kyiv — e quella di dicembre 2025 racconta efficacemente la dinamica del conflitto.
Il controllo territoriale russo risulta significativamente inferiore ai livelli raggiunti nella fase iniziale dell’invasione, ed è oggi concentrato soprattutto sul fronte orientale e meridionale, con avanzamenti locali discontinui e circoscritti che non incidono sulla geografia del conflitto, a fronte di costi umani enormi.
Quanto costa ogni chilometro
La relativa staticità del fronte non va confusa con una riduzione dell’intensità del conflitto. I dati satellitari sulle anomalie termiche e sugli incendi attivi impiegati dall’Economist e dall’ISW mostrano una pressione militare elevata e continua lungo ampi tratti della linea del fronte.
Queste mappe non misurano il controllo del territorio, ma l’intensità dell’attività bellica: artiglieria, bombardamenti, combattimenti ripetuti nello stesso spazio. Il risultato è una configurazione asimmetrica della guerra: molto fuoco, pochissimo movimento, chiaro segnale di una guerra di logoramento.
Il nodo di una guerra di logoramento è capire chi viene logorato più rapidamente. Il grafico sulle perdite russe cumulate riportato sotto, ricostruito dall’Economist a partire da fonti OSINT e valutazioni di intelligence, chiarisce ulteriormente il quadro. Pur con tutte le cautele necessarie — si tratta di stime, non di bilanci certificati — è utile concentrarsi sulla dinamica anziché sui valori puntuali: le fonti più autorevoli convergono su ordini di grandezza molto elevati, con una crescita quasi monotona delle vittime nel tempo.
Il grafico distingue due grandezze diverse: le perdite totali (morti e feriti) e una stima separata dei decessi. Le bande rappresentano intervalli di plausibilità.
A giugno 2025 le vittime russe— tra morti e feriti gravi — erano già superiori al milione. Anche tenendo conto dell’ampiezza degli intervalli di plausibilità, ci troviamo di fronte a ordini di grandezza eccezionali per un conflitto che, sul piano territoriale, produce avanzamenti molto limitati. È un livello di perdite che colloca la guerra in Ucraina tra i conflitti più sanguinosi combattuti da una singola potenza dalla metà del Novecento.
Per avere un termine di paragone, la battaglia di Stalingrado — uno degli episodi più violenti dell’intera Seconda guerra mondiale — costò all’Unione Sovietica la morte di circa mezzo milione di soldati. Il confronto non serve a stabilire equivalenze storiche, ma a mettere in luce uno squilibrio. A Stalingrado un numero simile di uomini morì in uno scontro decisivo che cambiò il corso della guerra. In Ucraina, oltre un milione di vittime tra morti e feriti non produce svolte strategiche comparabili, ma solo micro-avanzamenti lungo un fronte quasi immobile. Uno squilibrio che rende problematica qualsiasi narrazione che descriva la Russia come chiaramente “vincente sul campo”.
L’effetto politico di una piccola avanzata
Gli effetti politici dei piccoli avanzamenti territoriali russi non dipendono dal loro valore militare intrinseco, ma dalla loro trasformazione in “segnali” attraverso la propaganda. Il territorio guadagnato non è l’obiettivo finale: è l’input minimo necessario per costruire una narrazione di avanzamento.
La logica è brutale ma semplice. Ogni piccolo spostamento del fronte può essere mostrato come prova di slancio, inevitabilità e vittoria progressiva, per alimentare le narrazioni che vengono ripetute dai leader politici e dagli influencer vicini al Cremlino in Europa e negli Stati Uniti. Gli uomini mandati all’assalto non sono solo “carne da cannone”, nel senso militare del termine: sono soprattutto carne da propaganda. Servono a produrre immagini, comunicati e mappe in cui la linea rossa si sposta di qualche millimetro.
In questa prospettiva, la vera forza della Russia non risiede tanto nella capacità di avanzare, quanto nella capacità di assorbire perdite colossali senza che queste si traducano in instabilità politica interna. Il regime di Putin può permettersi una strategia estremamente inefficiente dal punto di vista militare perché dispone di un margine sconosciuto alle democrazie: la possibilità di sacrificare una parte consistente della propria popolazione – nel senso più primitivo del termine, quello dei sacrifici umani – senza innescare meccanismi di contestazione.
Il finto “piano di pace” americano
In sintesi, l’evidenza empirica delinea una dinamica coerente: dal tardo 2022 in poi, la guerra in Ucraina è caratterizzata da avanzamenti territoriali marginali, un’intensità di combattimento elevatissima e costi umani e materiali enormi. È su questa base— e non sulle dichiarazioni politiche — che vanno valutate le proposte diplomatiche che pretendono di “fotografare” la situazione sul terreno.
Alla luce dei dati, le “proposte di pace” elaborate dagli emissari della Casa Bianca e del Cremlino assumono un significato preciso. Non sono tentativi di “fotografare” la realtà del fronte, né di stabilizzare una situazione militare già risolta. Al contrario, sono tentativi di trasformare in risultato diplomatico ciò che la Russia non è riuscita a ottenere sul campo.
Il punto centrale di ogni piano visto finora è la cessione alla Russia di territori che Mosca rivendica ma che non è riuscita a conquistare militarmente, o che non è stata in grado di penetrare in modo stabile. Tra questi vi è il Donetsk Oblast nella sua interezza, che include la cosiddetta Fortress Belt: una cintura difensiva costruita dall’Ucraina a partire dal 2014, rafforzata nel tempo e rivelatasi, per oltre un decennio, un ostacolo insormontabile per le forze russe.
Le valutazioni più prudenti — incluse quelle dell’Institute for the Study of War — indicano che un’eventuale conquista della Fortress Belt richiederebbe anni di combattimenti al ritmo attuale, con costi umani e materiali enormi. È esattamente questo costo che i “piani di pace” proposti finora mirano ad aggirare.
La logica è semplice: ciò che non si riesce a prendere con la forza, lo si chiede al tavolo negoziale. Ma perché questa richiesta diventi politicamente presentabile, è necessario costruire prima una narrazione di vantaggio sul campo. È qui che i piccoli avanzamenti territoriali — ottenuti sacrificando centinaia di migliaia di uomini — assumono una funzione strategica: non avvicinano la vittoria, ma servono a rendere più credibile la pretesa.
La posta in gioco è la sicurezza dell’Europa
Al di là di chi stia vincendo o perdendo sul campo — e i dati non suggeriscono una vittoria russa — accettare che territori sovrani vengano trasferiti in seguito a una guerra di aggressione significa liquidare il principio cardine dell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale: i confini non si cambiano con la forza.
I “piani di pace” proposti finora dalla Casa Bianca infrangono questo principio. Non prendono atto di un risultato militare consolidato, ma lo anticipano politicamente. Chiedono all’Ucraina di cedere territori che la Russia non è riuscita a conquistare, legittimando retroattivamente una strategia fondata sul logoramento umano e sulla manipolazione narrativa. Se questo precedente fosse accettato, si affermerebbe il principio per cui un paese può ottenere territori sovrani con la forza — o con la minaccia credibile di usarla a lungo. A quel punto cadrebbe ogni barriera normativa contro future guerre di conquista, e nessun confine sarebbe più garantito.
Il problema, dunque, non è solo l’Ucraina. È l’idea stessa di sicurezza in Europa.
È per questo che il richiamo al “realismo” è fuorviante. Non c’è nulla di realistico nel premiare una strategia che converte il sacrificio umano in leva diplomatica. Al contrario, è una scelta profondamente destabilizzante, perché incentiva esattamente il comportamento che l’ordine internazionale avrebbe dovuto disincentivare: l’uso della violenza come strumento negoziale.
In questo quadro, le posizioni di chi, in Italia, attribuisce alla Russia una vittoria che non trova riscontro nei dati e invita l’Europa a delegare a Trump la gestione del processo di pace – come Giuseppe Conte e Matteo Salvini – non sono neutrali né prudenti. Al contrario, finiscono per legittimare l’idea che la pace passi per la concessione unilaterale di territori, normalizzano la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie e chiedono all’Europa di adattarsi a un mondo in cui la sovranità è negoziabile sotto pressione. È una postura che converge pienamente con l’agenda del Cremlino: non solo sul destino dell’Ucraina, ma sulla disgregazione dell’Unione Europea come spazio politico autonomo.
La questione decisiva, allora, non è se l’Ucraina possa reggere indefinitamente una guerra di attrito. È se l’Europa sia disposta a difendere i principi su cui si fonda la propria sicurezza. Se questi principi cadono, non cadono solo per Kyiv, ma per tutti. E questa è la vera posta in gioco della guerra.
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Caro Sabatini, la tua analisi è fattualmente precisa e politicamente solida, ma temo incompleta. Anche smontando l’odiosa propaganda russo-americana echeggiata da leghisti e 5s nostrani, resta che una bella fetta di Ucraina orientale è in mano russa. Certo che il despota neozarista dovrebbe restituire e tornare nella sua dacia. Tutti lo vorremmo. Lo vorrebbe la cultura ius-internazionale. Ma che probabilità ci sono che avvenga? Non riescono più ad avanzare, pagano un prezzo enorme, ma quel bottino illegittimo non lo restituiranno, e ciò proprio per il bilancio catastrofico di questa aggressione e per la oscena connivenza trumpiana. Certo che non hanno vinto e non stanno vincendo la loro sporca guerra, visti gli obiettivi iniziali e l’impantanamento attuale. Ma per Putin tenersi la refurtiva equivale a rinnovare la polizza vita. Comunque grazie per il tuo contributo.
Grazie. Il suo lavoro è luce in mezzo al buio della propaganda