Le sconfitte di Putin
Le raffinerie bruciano, la Crimea è sotto assedio logistico, l’avanzata russa si avvicina allo zero netto. La guerra è entrata in una fase nuova, in cui l’iniziativa è dell’Ucraina
La Russia sta perdendo la guerra lungo ogni dimensione rilevante per giudicarne l’andamento: militare, industriale, economica, cognitiva, politica.
In questo contesto, perdere non significa arretrare o ritirarsi dal fronte, ma mancare tutti gli obiettivi prefissati all’inizio dell’invasione. Putin voleva un’Ucraina disarmata e asservita al suo progetto imperiale: si ritrova un paese che produce milioni di droni, sviluppa missili a lungo raggio, integra la propria industria militare con quella europea e colpisce in profondità nel territorio della Federazione Russa con sorprendente facilità. Voleva fare della Crimea la vetrina della grandezza imperiale russa: si ritrova una penisola in stato di emergenza, sempre più isolata da Mosca, difficile da difendere e rifornire, e sempre meno utilizzabile come piattaforma militare e logistica sul Mar Nero. Voleva dimostrare che la coesione occidentale si sarebbe disgregata di fronte alla rinascita di un impero russo: si trova di fronte un’Europa lenta e contraddittoria, certo, ma ancora lì; effettivamente divisa dagli Stati Uniti, ma costretta dalla realtà a capire che Kyiv è ormai un pilastro imprescindibile della sicurezza del vecchio continente. Putin era certo di resistere alle sanzioni economiche occidentali: si trova adesso a fare i conti con le sanzioni “militari” di Kyiv, i cui attacchi a lungo raggio colpiscono ogni giorno raffinerie a centinaia, e in alcuni casi migliaia, di chilometri dal fronte, mentre produzione, distribuzione ed esportazioni di carburante mostrano strozzature sempre più visibili.
Il regime change che Putin voleva innescare prendendo Kyiv “in tre giorni” è ormai impensabile (se non nella forma di elezioni democratiche che stabiliranno il successore di Zelensky quando sarà il momento, cioè dopo la fine della guerra). A Mosca, invece, la guerra che doveva consolidare il potere di Putin comincia a eroderne le fondamenta.
I numeri insostenibili di Putin
Dal 2023, quando il fronte si è cristallizzato dopo il fallimento del “blitz dei tre giorni” e la controffensiva ucraina, la Russia ha adottato una logica strategica brutale ma comprensibile: Putin intendeva scambiare uomini e mezzi per territorio a un ritmo che Kyiv e i suoi alleati non avrebbero potuto sostenere. In questa ottica, il tempo avrebbe lavorato a favore della Russia, specie dopo l’elezione di Trump negli Stati Uniti. Invece, come ha scritto Mick Ryan, il rapporto tra perdite (umane e materiali) e guadagni territoriali è da tempo divenuto insostenibile per Mosca. Nel 2025 la Russia sacrificava circa 200 uomini, tra morti e feriti, per ogni miglio quadrato conquistato. Nei primi cinque mesi del 2026, a fronte di un guadagno territoriale netto ormai azzerato, Mosca ha sofferto oltre 9.600 perdite per miglio quadrato, più di 3.700 per chilometro quadrato.
La Russia può sopportare perdite che qualunque democrazia europea considererebbe politicamente intollerabili. Ma anche la capacità russa di trasformare uomini in territorio ha un limite. Secondo le stime dell’Economist, le perdite russe complessive si collocano tra 1,1 e 1,4 milioni tra morti e feriti. Questo significa che fino a un uomo russo su 25 nella fascia d’età 18-49 potrebbe essere stato ucciso o gravemente ferito dall’inizio della guerra.
La pressione dello sforzo bellico sui fattori produttivi (lavoro e capitale) sta rendendo l’allocazione delle risorse sempre più inefficiente, contribuendo, insieme alla crisi energetica provocata dagli attacchi ucraini alle raffinerie, all’aumento dei prezzi e al rallentamento della produzione industriale.
L’Ucraina, invece, grazie anche agli aiuti occidentali, ha sviluppato una capacità produttiva nazionale che copre una quota crescente del proprio fabbisogno militare –strutturalmente più elevato di quello del resto d’Europa, vista la necessità di contrastare un’invasione su larga scala del proprio territorio.
L’iniziativa ucraina
L’Ucraina ha smesso di essere soltanto il paese che resiste e impone oggi alla Russia costi crescenti lontano dalla linea del fronte. Secondo l’Institute for the Study of War (ISW) la guerra è entrata in una nuova fase segnata dalla combinazione tra attacchi ucraini a medio e lungo raggio e il ritorno della manovra meccanizzata. L’avanzata media russa è scesa da 13,2 chilometri quadrati al giorno nel 2025 a 2,9 nei primi quattro mesi del 2026. Oggi i guadagni russi sono nell’ordine di 3-5 chilometri quadrati al giorno; ad aprile la Russia ha registrato una perdita netta di 116 chilometri quadrati, avvicinando i guadagni russi allo zero netto, a fronte delle perdite ingenti descritte sopra.
Le radici della svolta sono in parte tecnologiche. I droni ucraini combinano basso costo, lungo raggio, guida assistita e connessioni via Starlink che li rendono meno vulnerabili alla guerra elettronica russa. I blogger militari russi, spesso più sinceri della propaganda ufficiale quando devono parlare ai propri, ammettono che ci vorranno mesi per sviluppare la capacità di neutralizzare la minaccia dei droni ucraini. Secondo ISW, il dominio aereo dei droni ha consentito inoltre di riprendere le avanzate meccanizzate: a Oleksandrivka, nella regione di Donetsk, lungo l’asse che collega il Donbas al fronte di Zaporizhzhia e Dnipropetrovsk, i mezzi corazzati ucraini sono penetrati fino a 19 chilometri dietro le linee russe, costringendo Mosca ad arretrare reparti d’élite.
Nella penisola di Kinburn, una lingua di terra alla foce dell’estuario Dnipro-Bug, tra Mar Nero, Mykolaiv e Kherson, ISW ha riportato segnali di ritiro russo da alcune posizioni, attribuiti alla crescente difficoltà di sostenere le linee di rifornimento sotto la pressione ucraina.
È presto per capire se stia iniziando una controffensiva strategica, ma si moltiplicano i segnali che l’Ucraina non si limita più a “contenere”: ha preso l’iniziativa, e in diversi settori impone enormi problemi operativi al comando russo. Continuare a guardare la guerra guardando la linea rossa del fronte sulla mappa del Donbas è un errore che preclude la comprensione della dinamica del conflitto. La guerra contemporanea si misura anche nella capacità di rendere insicure le retrovie, degradare le fonti di finanziamento dello sforzo bellico del nemico, come le raffinerie, colpire ferrovie e depositi, costringere l’aggressore a disperdere la difesa aerea per proteggere infrastrutture che fino a ieri non avevano bisogno di protezione. Su questo terreno l’Ucraina non si limita più a subire, e costringe l’invasore a difendersi con molta difficoltà.
Il petrolio russo brucia
La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe è una delle trasformazioni decisive del conflitto. Non farà collassare da sola l’economia russa, ma colpisce una fonte fondamentale di finanziamento dello sforzo bellico dell’invasore. L’Economist ha illustrato efficacemente l’intensificazione degli attacchi ucraini su obiettivi (raffinerie, centri logistici, depositi di munizioni, fabbriche di armamenti) lontani almeno 100 chilometri dal confine. Nel solo 2025 sono stati 658, contro 335 nei tre anni precedenti messi insieme. Tra gennaio e maggio del 2026, gli attacchi in profondità verificati da ACLED (Armed Conflict Location & Event Data) erano già 377, contro i 181 dello stesso periodo nel 2025. 24 delle 32 principali raffinerie russe sono state colpite ripetutamente, comprese quelle nelle aree di Mosca e San Pietroburgo, le meglio protette della Federazione. Nella mappa qui sotto, ho usato i dati ACLED per illustrare la distribuzione degli attacchi in profondità nel territorio russo. Ho intenzionalmente escluso i border strikes, per lo più concentrati nella regione di Belgorod a sud-est, che sono tantissimi e renderebbero la mappa meno comprensibile. Una versione che li include si trova nel post scriptum.
La produzione delle raffinerie russe è scesa di circa il 15% su base annua, nonostante i prezzi favorevoli. I ricavi raccontano la stessa pressione: rielaborando i dati del centro di ricerca CREA, le entrate russe da combustibili fossili sono scese sotto le attese — quelle che il prezzo del greggio Brent farebbe prevedere — del 12% tra giugno e dicembre 2025, circa 17 miliardi di dollari; nei primi quattro mesi del 2026 lo scarto stimato sale a circa il 36%.
Il grafico sotto confronta, settimana per settimana, le entrate che la Russia incassa davvero dall'export di petrolio e gas (in rosso) con quelle che dovrebbe incassare dato il prezzo del greggio (in chiaro): quando la linea rossa scende sotto quella chiara, Mosca sta guadagnando meno del previsto. Le entrate effettive vengono dal Russia Fossil Tracker del centro di ricerca finlandese CREA; quelle attese da un semplice calcolo che lega le entrate storiche al prezzo del Brent (dati FRED/EIA), tenendo conto della stagionalità.
Secondo l’economista ucraino Tymofiy Mylovanov, presidente della Kyiv School of Economics, la raffinazione russa è ai minimi da ventun anni, sotto i livelli della crisi del 2009; la capacità è scesa da 5,2 a meno di 4 milioni di barili al giorno; la benzina senza piombo è aumentata di circa il 35%, e oltre venti regioni sono state costrette a forme di razionamento. Reuters riporta che la raffineria di Mosca, colpita ripetutamente dai droni, dovrebbe restare ferma per almeno sei mesi e difficilmente riprenderà la produzione prima del 2027.
La risposta russa è istruttiva: il governo continua a minimizzare, sostenendo che le riserve siano sufficienti, le difficoltà siano dovute solo a piccoli aggiustamenti logistici, e i limiti alle esportazioni siano soltanto temporanei e finalizzati a stabilizzare il mercato interno. Ma per un paese che ha nell’esportazione di petrolio una delle principali fonti di finanziamento dello sforzo bellico, riorganizzare la distribuzione, razionare le vendite, restringere l’export, spiegare code chilometriche ai distributori di benzina e aumenti dei prezzi comporta enormi problemi in termini logistici, militari, finanziari e politici.
Crimea, da trofeo a fardello
Il teatro più suggestivo dell’inversione dell’iniziativa bellica è la Crimea. Per Putin non è un territorio qualunque, ma un simbolo fondativo del suo progetto imperiale dopo il 2014, il luogo in cui la Russia ha raccontato a se stessa il ritorno della grandezza perduta, nonché una delle piattaforme da cui è partita l’invasione del sud ucraino nel 2022. Nella narrazione del regime, la Crimea doveva dimostrare che la storia aveva ripreso a muoversi nella direzione di Mosca.
Oggi la Crimea sta diventando un elemento di vulnerabilità per la Russia. Secondo il Wall Street Journal (WSJ), la penisola è diventata un fardello per Putin. Le autorità di occupazione hanno dichiarato lo stato di emergenza per gestire la crisi di carburante, energia, trasporti e logistica prodotta dagli attacchi ucraini. Il WSJ parla di una campagna ucraina con più di cento attacchi di droni al giorno, capace di interrompere logistica, trasporti e infrastrutture elettriche proprio all’inizio della stagione turistica, essenziale per l’economia della penisola. Nella mappa qui sotto ho ricostruito gli attacchi ucraini con droni in Crimea degli ultimi due mesi usando dati ACLED. La frequenza sembra inferiore a quella menzionata dal WSJ perché ACLED considera solo gli attacchi verificati da più fonti.
Alina Frolova, del Center for Defense Strategies di Kyiv, descrive la campagna di Crimea come una classica operazione di isolamento: tagliare le rotte di rifornimento militari e gli elementi adiacenti, spesso prima di un’azione offensiva.
Dopo una prima fase di razionamento, le autorità russe in Crimea hanno proibito la vendita di carburante ai civili, e il carburante ancora disponibile viene destinato alle infrastrutture critiche. Il WSJ riferisce di carenza di generi alimentari, mancanza di contante nei bancomat, chiusure di esercizi commerciali, blackout, sospensione delle forniture idriche alle famiglie e interruzione della rete mobile in diverse parti della penisola.
Nella figura sotto ho usato le rilevazioni del satellite Suomi‑NPP, nell’elaborazione Black Marble della NASA, per illustrare il declino della luce notturna della Crimea visto dallo spazio. Ogni quadratino è un pixel di circa mezzo chilometro: il rosso indica dove la luce notturna è diminuita tra giugno 2025 e giugno 2026, il blu dove è aumentata, la stella azzurra è il centro città. A Sebastopoli, base della flotta russa del Mar Nero, l’86% dei pixel si è oscurato (radianza media −22%); a Feodosia tre quarti dei pixel sono in calo. Confronto lo stesso mese a un anno di distanza proprio per non scambiare il calo con le normali variazioni stagionali della luce. È una traccia, misurabile dall’orbita terrestre, della crisi logistica ed energetica che gli attacchi ucraini stanno producendo nella penisola.
Il ponte di Kerch, una delle vie di comunicazione che Kyiv ha finora risparmiato anche per consentire un’uscita pacifica dalla penisola, è il simbolo più visibile di questa trasformazione. Dopo gli attacchi del 25-26 giugno, ISW riporta una chiusura temporanea del ponte e circa 2.450 veicoli in coda sul lato di Kerch, diretti verso la Russia, senza code nella direzione opposta. Non è certo l’immagine di un territorio stabilmente integrato nella normalità russa. Tuttavia, non siamo di certo davanti a una ritirata ordinata della presenza russa. Piuttosto, la penisola sembra entrata in una dinamica di deflusso, razionamento e isolamento logistico, mentre la Russia non riesce più a rifornirla né a difenderla.
L’assedio logistico della Crimea potrebbe incidere sulle dinamiche interne del regime russo. Mancano pochi mesi alle prime elezioni parlamentari dall’inizio dell’invasione su larga scala. Il voto sarà largamente controllato e non minaccia davvero il potere di Putin, ma la campagna elettorale aumenta la sensibilità politica del regime. Una Crimea in stato d’emergenza, con carenze di carburante e turisti in fuga, è un problema simbolico prima ancora che militare.
Difficilmente la Crimea cadrà nei prossimi mesi, ma la sua trasformazione simbolica è già avvenuta. La penisola che doveva certificare la forza imperiale del regime mostra oggi al mondo la vulnerabilità della Russia.
La guerra cognitiva cambia vento
Il vento sta cambiando anche nella guerra cognitiva. Per anni, la propaganda russa, nella sua traduzione da talk show che in Italia ha forgiato l’opinione pubblica sul conflitto, ha lavorato sull’idea che la vittoria di Putin fosse inevitabile. Da questo assioma discendevano i corollari che ogni sostegno militare all’Ucraina fosse destinato soltanto a prolungarne la sofferenza, e che il realismo imponesse un accordo di pace sostanzialmente corrispondente a una resa dell’Ucraina.
Pur avendo catturato un pubblico fedele in Italia, questa narrazione sta diventando sempre più difficile da sostenere. Spiegare l’inevitabilità della vittoria russa mentre la Crimea dichiara lo stato d’emergenza, la raffinazione e le esportazioni di petrolio sono sotto pressione e l’avanzata russa tende allo zero netto richiede ormai sforzi di fantasia e sfacciataggine sempre più notevoli.
In questa luce va letta anche l’iniziativa diplomatica di Zelensky, che il 4 giugno si è concretizzata nell’invio di una lettera aperta a Putin. Come ha osservato Nathalie Tocci, Kyiv sta usando non solo la resilienza e i droni, ma anche la diplomazia per spostare l’equilibrio cognitivo della guerra. La disponibilità di Zelensky a discutere un congelamento lungo la linea del fronte non è un gesto di resa ma un modo per mettere Putin davanti alla propria contraddizione: se Mosca vuole la pace, può fermarsi; se rifiuta, diventa sempre più evidente che la guerra continua perché il regime russo non sa vivere senza guerra, come ho provato a spiegare nel post “Né vittoria né pace”.
ISW ha riportato che il Cremlino continua a respingere le offerte ucraine di negoziato diretto, mentre prova a presentarsi come parte ragionevole aggrappandosi a presunte intese con gli Stati Uniti mai tradotte in accordi pubblici. Il 26 giugno, Lavrov ha cercato di scaricare sugli americani la responsabilità del mancato accordo dopo il summit bilaterale in Alaska del 2025. La tattica è sempre la stessa: sostenere di volere la pace mentre si rifiutano le condizioni minime per discuterla seriamente.
Lezioni per l’Europa
Pur con i suoi tempi, fragilità e incertezze, l’Europa sta imparando alcune lezioni. La prima riguarda la necessità di costruire un’architettura di difesa europea che prescinda dagli Stati Uniti. Come ho documentato nel post “Chi sostiene la resistenza ucraina”, nel 2025 l’amministrazione Trump ha praticamente azzerato gli aiuti all’Ucraina, e la quasi totalità degli aiuti economici, umanitari e militari proviene ora dall’Unione Europea e dal resto d’Europa. Questa transizione non ha portato ad alcun collasso dell’Ucraina, come speravano Putin e i falchi MAGA, mentre l’invasore russo è in crescente difficoltà.
La seconda lezione è che l’Ucraina non è più soltanto un beneficiario della sicurezza europea, ma ne è diventata uno dei principali produttori. Ha combattuto la guerra convenzionale più intensa sul continente dal 1945. Ha sviluppato capacità di innovazione militare che molti eserciti NATO studiano con un misto di ammirazione e imbarazzo. Ha costruito una filiera dei droni che l’Europa discute ancora nei documenti strategici. Ha mostrato che una democrazia giovane e imperfetta, aggredita da una potenza nucleare, può resistere, pur a un costo elevatissimo, senza trasformarsi in uno stato satellite del suo aggressore.
Riconoscere questi dati di fatto non significa idealizzare Kyiv. Le democrazie in guerra restano fragili, e non possiamo prevedere come evolverà la storia politica ucraina dopo il conflitto. Ma qualunque architettura di difesa europea nascerà in questa nuova fase di distacco degli Stati Uniti dovrà includere l’Ucraina non come periferia da proteggere, bensì come pilastro militare e industriale del continente. L’Europa democratica è forte e fragile al tempo stesso, e deve finalmente prendere atto che, se vuole acquisire la capacità di difendersi, ha bisogno dell’Ucraina almeno quanto l’Ucraina ha bisogno dell’Europa.
Epilogo
Dato uno scenario inaspettatamente divenuto così sfavorevole, molti si chiedono se il regime di Putin possa crollare. Vorrei rispondere di sì, ma sarebbe wishful thinking. La pressione esterna può logorare la Russia, renderle la guerra più costosa, colpirne entrate e prestigio. Ma difficilmente, da sola, rovescerà Putin.
Come ha scritto Andrei Soldatov sull’Observer, la Russia contemporanea è stata costruita per impedire che il malcontento popolare diventi cambiamento politico. La società è stata spinta verso apatia e disimpegno; le rivolte di piazza sono ormai impensabili, visto che da anni anche le forme più minime di dissenso pubblico vengono represse con arresti immediati. Quando nella storia recente il potere russo ha vacillato, è accaduto per fratture interne alle élite armate, all’esercito e agli apparati di sicurezza.
Le campagne ucraine di attacchi in profondità nel territorio russo e di isolamento della Crimea, tuttavia, sono utili anche ad aumentare la pressione interna, mostrando che il regime non è invulnerabile, che la guerra non va come promesso, e che restare legati al destino di Putin può costare caro.
Il 24 febbraio 2022 uno degli obiettivi dichiarati di Putin era il regime change a Kyiv: Zelensky sarebbe dovuto cadere in pochi giorni, per lasciare il posto a un protettorato russo travestito da governo.
Quattro anni dopo, un regime change a Kyiv sembra perfino meno probabile di un regime change a Mosca. La guerra che doveva cambiare il governo ucraino potrebbe finire per aprire la crisi del regime russo.
Nota per redattori e direttori di testate online: ricordo che non autorizzo la riproduzione dei miei testi. Questo vale anche nei casi in cui, al termine del copia-incolla, compaia il mio nome — come se fossi collaboratore della testata che compie l’operazione. Le citazioni effettuate correttamente (con link alla fonte) e la condivisione di questi post sui social media o la corretta citazione di brevi estratti invece, sono sempre benvenute.
PS: questa mappa usa i dati ACLED per illustrare gli attacchi ucraini con droni e missili includendo anche le regioni russe di confine.







C'è una questione che mi chiedo da tempo: quando si arriverà al break even point. La crisi russa è conclamata per tutto quello che hai scritto ma anche per moltissimo altro: la popolazione che inizia a prendere coscienza? La leva militare che andrà in crisi? L'inflazione? Ci sono decine di variabili che convergono verso il punto di rottura. Non so se conosci la "Teoria delle catastrofi" di René Thom, vecchia di diversi decenni e nata per studiare le trasformazioni geologiche; in breve: un secondo prima un certo sperone di roccia è attaccato alla montagna, e un secondo dopo si stacca e precipita a valle causando tragedie. Cos'è successo in quel secondo? Negli anni '80 anche i sociologi se ne interessarono e applicarono i modelli matematici di Thom ai cambiamenti bruschi della società. Torno al nostro discorso: se - come tutti speriamo - la Russia andrà in malora in seguito a questa guerra dissennata, non accadrà probabilmente per piccoli cedimenti successivi; per esempio un peggioramento dell'economia che apre a un negoziato; Putin che si fa da parte e arriva qualcuno più flessibile, e così via. Succederà di schianto (come di schianto, se ricordi, crollò il sistema sovietico). All'improvviso ("improvviso", in termini storici, può significare diverse settimane, o alcuni mesi) tutto crollerà attorno a Putin. Questa sarà la fase più dannatamente pericolosa per tutti noi, e non solo per gli ucraini. Col mondo che gli precipita attorno, il terrorista di Mosca potrebbe pensare che non ha più nulla da perdere e potrebbe fare qualcosa di definitivo.
Ancora una volta grazie Prof. per questa analisi chiara,oggettiva e documentata della guerra russo-ucraina perché sbugiarda in modo inappellabile la lettura dei putiniani nostrali.
Sarebbe giusto a questo punto che gli apparati di intelligence italiani segnalassero alla magistratura chi opera al soldo della Russia per favorirne la penetrazione nel nostro Paese ed in Europa.